La fioritura dei traumi: come diventare adulti nonostante le frasi dei genitori

Ciascuno di noi è cresciuto con un repertorio di frasi-kamikaze ripetute a mo’ di mantra dai propri genitori o chi ne fa le veci per farci immediatamente smettere.

Sono periodi brevi, a volte di una sola proposizione, con molti punti esclamativi e poche virgole, ma mi hanno insegnato il primo principio termodinamico dello stare al mondo: smetterla, appunto.

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Col senno di poi e una sana e consapevole libidine ho capito quanto siano state traumatiche e paradossalmente necessarie per la mia esistenza quelle formule magiche che a lungo hanno temprato la mia impazienza e, di pari passo, la mia vita sociale. Le porto addosso da anni come la cicatrice della medusa: il segno sulla caviglia è svanito un calzino alla volta, ma solo l’idea di un incontro ravvicinato con un tentacolo mi fa chiudere in casa a quattro mandate.

E allora, tenendoci per mano, entriamo nel vivo di questa affascinante arte della fioritura dei traumi con la top five delle frasi-kamikaze che aiutano nel bene o nel male a crescere, tramandate da nonni, prozii e parenti alla lontanissima e opportunamente usate dai miei genitori, con contorno di battipanni e ciabatte di legno.

1. “Non è che se ti lamenti passa il caldo/freddo/dolore!”
con variante “Lamentarsi non ha mai risolto i problemi.”
Mio padre è il capocannoniere per eccellenza di questa massima. A casa mia è praticamente vietato lamentarsi.
Hai caldo?
Hai preso in pieno lo stipite del comodino per la terza volta in un solo pomeriggio?
Hai l’ipersensibilità ai denti e dal lavandino esce solo acqua gelida?
Il tuo smartphone ti molla a metà giornata e non puoi fare il live twitting di Pomeriggio Cinque?
Non trovi lavoro/amore/chiavi-della-macchina/soldi/elemento-a-piacere?
L’Italia ti fa schifo, il mondo è contro di te e piove sempre sul bagnato, governo ladro?
Lo so, lamentarsi è bellissimo. I lazzaretti di persone che si sfogano intorno ad uno stesso problema per ore ed ore senza venirne a capo sono una goduria. Anch’io nei momenti di sindrome premestruale della vita vorrei mettermi a singhiozzare imprecazioni al centro della strada.

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Ma ti prego, vi prego, preserviamoci dal farlo in pubblico. Ogni giorno ci saranno ottocento nobili motivi per cui varrà la pena lamentarsi, ma tu, ti prego, risparmiaceli. Non serve. Sfrutta quelle energie per trovare una soluzione, convertile in calorie, ore di sonno o kizomba. Ma soprattutto, non usare i social network come muro del pianto. Soffri con moderazione, insomma.

2. “Non mi dovete guastare il pranzo!”
Sempre mio padre. E tiene pure ragione. Oggi approvo in pieno. Bisognerebbe scriverlo sulle pareti dei Call Center, visto che hanno il buon gusto di telefonare sempre mentre stai addentando finalmente il primo boccone del tuo piatto di pasta, arrangiato dopo una giornata in cui, per ordinaria amministrazione, è successo di tutto.
La storia di questa affermazione ha origini antiche. A casa mia l’ora di pranzo era l’unica occasione per ritrovarci intorno a un tavolo e trovare valide argomentazioni alle seguenti domande:

  • Come stai? (Vietato rispondere “bene”)
  • Che hai fatto a scuola? (Vietato rispondere “niente”)
  • Com’è andata a lavoro? (Vietato rispondere “il solito”)

È facile dedurre la sacralità del momento, puntualmente distrutta da citofoni, volantinaggio, suonerie e centralini. Senza contare l’adolescenza, le rispostacce, quel giorno dell’anno in cui “tutti hanno fatto sciopero, mica potevo entrare solo io”, le quotidiane scintille tra sorella maggiore e sorella minore e altri tipici momenti di distruzione della quiete familiare.
Durante i pasti sarebbe cosa buona e giusta abolire categoricamente i telefoni, le trasmissioni in cui c’è gente che litiga, la compagnia di gente che litiga, i generatori automatici di lamentele (vedi su) e chi non gradisce il menu e lascia il cibo nel piatto (vedi giù).
Di certo da quando vivo da sola, il pranzo in famiglia è Patrimonio Mondiale Unesco.

3. “Devi imparare a mangiare tutto, perché un giorno arriverà l’invito a casa di tua suocera e se fai la difettosa farai solo una pessima figura.”

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Grazie a questa inquietante perla di saggezza, ho ovviamente imparato a mangiare tutto. Ho scoperto che le pietre, se hai fame, sanno essere buonissime, mentre nei casi di intolleranza alla suocera, i danni sono più letali della celiachia.
Dare soddisfazione a tavola è un obbligo morale, giudicare senza prima assaggiare è reato, dire “che schifo” in una cucina è la parola d’ordine per vincere la cucchiarella sulle gengive.

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4. “Se ti guardi troppo allo specchio esce il diavolo!” 
MARONN. La bisnonna Gigliola era la Regina dei traumi infantili. Il fatto che io non sia diventata un’influente fashion blogger dite che sia riconducibile a questa mitica affermazione?

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5. “Guarda che una volta un mio amico…” 
IL MALE. Quando in un periodo si ritrovano magicamente queste sette parole cerca la prima uscita di sicurezza e scappa nel punto più isolato del pianeta. Perché non è il solito sacrosanto sermone sul non bere, non fumare, non correre con la macchina e non fare le tre cose insieme contemporaneamente. No. I presunti amici in questione, citati dai nostri genitori con una certa frequenza stagionale, sono creature che hanno perso:

  • un braccio, mettendolo fuori dal finestrino di un’auto in corsa;
  • tre quarti del cranio, tuffandosi dagli scogli;
  • la vita, andando a fare il bagno a mare senza rispettare le tre ore di digestione della parmigiana di melanzane.

Il fatto più straordinario è che non solo siamo sopravvissuti a tutte queste semi-bugie a fin di bene, ma non vediamo l’ora di tramandarle ai nostri figli e nipoti e ai figli e nipoti degli altri. Che giardino dei ciliegi per le nuove generazioni!

E voi che frasi traumatiche avete dovuto superare?
Lamentatevi pure, “questo è un luogo protetto”.