A cercar le stelle in fondo ai pozzi

Sono un poeta,

sono un attore,

ma la mattina mi sveglio,

mi vesto,

mi infilo le scarpe,

esco per strada e sono come tutti,

e nella strada passano passanti,

e io li guardo, e sorrido perché passano,

e anch’io passo e nessuno mi nota.

Ma poi,

nella solitudine della mia stanza,

apro le botole dell’anima,

guardo nel buio dei sotterranei,

ci sono topi, ruscelli di diamante,

bellezze, miasmi e rancori:

lo faccio per me,

lo faccio per voi,

perché ci vuole qualcuno che guardi,

e questi sono i poeti,

che cercano le stelle in fondo ai pozzi.

 

– I dialoghi mancati, Antonio Tabucchi

coincidenze.

C’erano nell’ordine una città, un ponte bianco e una sera piovosa. Da un lato del ponte avanzava un uomo con ombrello e cappotto. Dall’altro una donna con cappotto e ombrello. Esattamente al centro del ponte, là dove due leoni di pietra si guardavano in faccia da centocintuant’anni, l’uomo e la donna si fermarono, guardandosi a loro volta. Poi l’uomo parlò:

– Gentile signorina, pur non conoscendola, mi permetto di rivolgerle la parola per segnalarle una strana coincidenza, e cioè che questo mese, se non sbaglio, è la quindicesima volta che ci incontriamo esattamente in questo punto.
– Non sbaglia, cortese signore. Oggi è la quindicesima volta.
– Mi consenta inoltre di farle presente che ogni volta abbiamo sottobraccio un libro dello stesso autore.
– Sì, me ne sono resa conto: è il mio autore preferito, e anche il suo, presumo.
– Proprio così. Inoltre, se mi permette, ogni volta che lei mi incontra, arrossisce violentemente, e per qualche strana coincidenza, la stessa cosa succede anche a me.
– Avevo notato anch’io questa bizzarria. Potrei aggiungere che lei accenna un lieve sorriso e sorprendentemente, anch’io faccio lo stesso.
– E’ davvero incredibile: in più, ogni volta ho l’impressione che il mio cuore batta più in fretta.
– E’ davvero singolare, signore, è così anche per me, e inoltre mi tremano le mani.
– E’ una serie di coincidenze davvero fuori dal comune. Aggiungerò poi che, dopo averla incontrata, io provo per alcune ore una sensazione strana e piacevole…
Forse la sensazione di non aver peso, di camminare su una nuvola e di vedere le cose di un colore più vivido?
-Lei ha esattamente descritto il mio stato d’animo. E in questo stato d’animo, io mi metto a fantasticare..
– Un’altra coincidenza! Anch’io sogno che lei è a un passo da me, proprio in questo punto del ponte, e prende le mie mani tra le sue.
– Esattamente. In quel preciso momento dal fiume si sente suonare la sirena di quel battello che chiamano “il battello dell’amore”.
– La sua fantasia è incredibilmente uguale alla mia! Nella mia, dopo quel suono un pò melanconico, non so perchè, io poso la testa sulla sua spalla.
– E io le accarezzo i capelli. Nel fare questo, mi cade l’ombrello. Mi chino a raccoglierlo, lei pure e…
– E trovandoci improvvisamente viso contro viso ci scambiamo un lungo bacio appassionato, e intanto passa un uomo in bicicletta e dice…
– …Beati voi, beati voi…
Tacquero. Gli occhi del signore brillavano, lo stesso fecero quelli della signorina. In lontananza, si udiva la melanconica sirena di un battello che si avvicinava. Poi lui disse:
Io credo, signorina, che una serie così impressionante di coincidenze non sia casuale.
– Non lo credo neanch’io, signore.
– Voglio dire, qua non si tratta di un particolare, ma di una lunghissima sequenza di particolari. La ragione può essere una sola.
– Certo, non possono essercene altre.
– La ragione è – disse l’uomo sospirando – che ci sono nella vita sequenze bizzarre, misteriose consonanze, segni rivelatori di cui sfioriamo il significato, ma di cui purtroppo non possediamo la chiave.
– Proprio così – sospirò la signorina – bisognerebbe essere medium, o indovini, o forse cultori di qualche disciplina esoterica per riuscire a spiegare gli strani avvertimenti del destino che quotidianamente echeggiano nella nostra vita.
– In tutti i casi ciò che ci è accaduto è davvero singolare.
– Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
– Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
– Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
– La saluto, gentile signorina.
– La saluto, cortese signore.

E se ne andarono di buon passo, ognuno per la sua strada.

[Stefano Benni]

Questa sublime e antica follia

Velluto marmo e oro, l’antico foyer del teatro esibiva materiali che avevo visto solo in chiesa, sollevai lo sguardo e osservai attorno; mi parve una specie di tempio profano, senza sfarzo e senza cupezza.

Eravamo fermi vocianti ai piedi di una breve rampa di scale in marmo grigio, in cima alla quale una curiosa porta a due ante, munita di due specie di oblò oscurati, dava accesso alla platea.

Quando vi fummo davanti pronti per entrare, l’insegnante ci intimò il silenzio.

Domandai sottovoce il permesso di aprire io quella porta, desideravo immensamente avere il privilegio di sorprendere il teatro vuoto, per guardarlo nudo, come fosse fatto.

Spinsi un’anta aiutandomi col peso del corpo e non appena quella cedette mi trovai di fronte un’incantevole visione; quella era, ne ricavai una suggestione chiara, la rappresentazione stessa dell’attesa, un’attesa muta e immobile, viva e paziente, della grandiosa tempra secolare.

Lo trovai straordinariamente bello.

Vi era una calma in ogni cosa che stava, nelle lunghe file di poltrone in attesa, che sfilavano impassibili fino quasi alla bocca dell’orchestra, da cui svettava come la prua di un’arca il palcoscenico, nascosto da un maestoso sipario rosso, gelosamente calato come un’immensa vela nel buio.

Gravità e silenzio, un senso di pace lì dentro, una distanza privilegiata dai rumori e dagli aggiornamenti, un luogo antico e identico a se stesso, un luogo perenne e indipendente da ciò che avveniva oltre la porta che ora spingevo, questa era anche la sua forza; privo di finestre – pensai – non vi era mai entrata aria, ma neppure uscita mai, cosicché dovevano esservi rimasti intrappolati, chissà da quanto tempo, comodamente rintanati, le voci e i sospiri, le risate, l’eco dei miti e delle passioni, i racconti delle storie e le vite, le vite degli altri e i silenzi e le attese. 

Come animali notturni, essi dovevano la loro sopravvivenza al buio.

Il buio rendeva impossibile animarsi, lì dentro invece il buio era condizione indispensabile, dal buio si accendevano e venivano alla luce le storie, così come nel parto. Quel privilegio del buio, nella casa del buio, era sfondo, cielo, nuvola e condizione nella quale restare avviluppati  a seguire le storie e le figure, scampate al buio, le ombre brune e  argento tradotte dal cuore del silenzio e dell’oscurità, scontornate,  illuminate, anime visibili in controbuio.

Nulla di ciò che si svolgeva in quella isola di stranieri somigliava in apparenza alla vita di fuori; infilarsi una crinolina e ad arte morire di tisi, lasciare che un re dichiarasse la guerra, mentre nella sala accanto squillava il telefono, poteva sembrare incomprensibile; questo invece mi sembrava eccezionale, il fatto che quella porta che ora spingevo garantisse l’allestimento di una sublime e antica follia venuta da lontano, che gettava lo stupore, muoveva l’invisibile e che nei secoli nulla era stato in grado di scalfire.

(Anna Marchesini – Il terrazzino dei gerani timidi.)

Questi assurdi spostamenti del cuore

Stanno parlando. Credevo dormissero già. Si sentono benissimo le loro voci. Eppure parlano piano, mi pare. E’ che queste pareti.. No, non voglio sapere cosa si dicono. È sleale, è un po’ come rubare. Ci mancherebbe solo che si mettessero a fare l’amore. Sarebbe imbarazzante: due amici, li conosco da sempre, lui è come mio fratello, eravamo a scuola insieme… Non mi piace, mi dà fastidio. È disgustoso sentire lui che si muove, ansima, fa l’amore con…

Lei, no! Lei non mi darebbe fastidio.. Chissà come mai? No. Non fanno l’amore. Anzi, stanno discutendo. Devono essere un po’ in crisi. Me l’ero immaginato: sì, dal modo in cui Gilberto aveva insistito che venissi anch’io. Mi fa: “Ma dai, vieni… È un bel posto… C’è anche Cristiana. Io avrò da fare. Magari le fai un po’ compagnia.. Sai com’è lei”.

Lo so, lo so com’è lei. Me la ricordo quando eravamo molto più giovani. Lui non la conosceva ancora. E noi… Sì, quel pomeriggio a casa sua, c’era un po’ di gente. Poi non so bene come, siamo rimasti soli, io e lei, lì al pianoforte. Una canzone dei Beatles, mi pare: Yellow Submarine. Lei faceva l’accompagnamento e io la melodia… male, devo dire, e si rideva. Ci fermavamo sempre allo stesso punto. Eravamo molto vicini. Com’era bella! Aveva una maglietta con le maniche corte: e le spalle… Sì, la curva della spalla così particolare che scende un po’ in dentro per salire poi verso i seni diritti, morbidi… Ci fu un contatto leggerissimo: sì, delle spalle, ma involontario, credo; poi ripetuto. Come per miracolo smettiamo di suonare, tutti e due insieme. I nostri visi sono così vicini che quasi si toccano. Ci guardiamo in silenzio. È un attimo; un desiderio fortissimo, un impulso irresistibile di stringerla a me con forza e baciarla, baciarla, accarezzarle il viso, i capelli… Niente! Non è successo niente. Sono rimasto lì immobile, estasiato, come un poeta, come un cretino. (…)

Giorgio Gaber – Il dio bambino (da “Questi assurdi spostamenti del cuore”)