Il fantasma del regalo presente e altre storie di malvagità

“War is over, if you want it.”

A Natale bisognerebbe avere dei nemici. Nemici veri, eh! Di quelli che proprio ti tirano i matrimoni di schiaffi dalle mani o che non vedi l’ora di incontrare per strada solo per cambiare appositamente marciapiede. Si vabbè, “a Natale siamo tutti più buoni”, “o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai”, ma io mai come in queste occasioni sento il bisogno di loro. E soffro, perché non ho mai coltivato nemicizie sincere, ma solo qualche inimicizia di sfuggita, a breve termine.
Avere dei nemici dovrebbe essere fonte di risparmio, penserebbe qualcuno: più ne hai, meno regali fai e più soldi risparmi. E invece no! C’è un sacco di bruttezza nel mondo che chiede espressamente di essere impacchettata e messa sotto l’albero. E’ di sicuro più piacevole fare regali di alto spessore estetico-affettivo a persone speciali per la nostra vita, ma vuoi mettere la soddisfazione di regalare un pensiero orrendo a chi per tutto l’anno ci ha massacrato l’ulcera e fatto il fegato quanto un sommergibile?
Certo, non bisogna esagerare. Anche i nemici meritano rispetto, educazione e cortesia. E non si può correre il rischio di sbagliare. Fare un regalo volutamente brutto è un’Arte. Il messaggio subliminale deve risultare chiaro, sottile ma efficace. E poi, si sa, la vendetta è un libro di Bruno Vespa che va servito freddo. 

La mia frase di rito, osservando il trash che la globalizzazione ci propina quotidianamente è: non lo regalerei nemmeno al mio peggior nemico, ma forse la ripeto a mo’ di mantra da anni solo perché non ho uno che meriti così tanta stima o perché tra Yoga e Azione Cattolica sono campionessa olimpica di pace nel mondo o perché preferisco che la cirrosi mi venga grazie al Primitivo di Manduria. Ma se potessi per una volta dedicare del sincero cattivo gusto a qualcuno, senza alcun’ombra di dubbio, la mia classifica di regali #demmè 2013 sarebbe la seguente:

– La trilogia di Paolo Brosio (Profumo di lavanda, A un passo dal baratro, Viaggio a Medjugorje). Tutti insieme in un colpo solo. Una carneficina.
– Il vinile di Paolo Mengoli. La nostalgia è sempre dietro l’angolo.
– L’abbonamento annuale alla rivista Italia Imballaggio. Ma anche Materie plastiche ed elastomeri mi sembra abbastanza malvagia.
– Un bel set sciarpa/cappello/guanti color prugna secca con paiettes fucsia e stampa di Betty Boop con su scritto “Sexy baby”. Che ti dovrebbero dare i soldi per indossarlo. E invece.
– Un pass backstage per il Capodanno in Piazza a Rimini con Carlo Conti, Orietta Berti e Pupo. Perché l’anno nuovo non può iniziare senza “In via dei Ciclamini, al centoventitré”.
– Un weekend benessere per una persona a San Martino in Pensilis.
– Un buono ITunes per scaricare gratuitamente il nuovo album di Gigi d’Alessio.
– Il cuscino con la fotografia, il portachiavi con la fotografia, una tazza con la fotografia, il puzzle di una fotografia e una cornice. Senza fotografia.
– Iscrizione al Torneo Nazionale di Tombola.
– Una cena con Sandro Bondi. (Bus de cùl!)
– Una trousse di Pupa. Che presa a male. Belle da vedere, eh. Per carità! Ma inutili quanto una zucca a Pasqua. Passano rapidamente dal bagno alla camera da letto, tra le bomboniere dei 18 anni. Io al posto della coccarda, aggiungerei direttamente un centrino.
– Il piumino leopardato dell’Alcott, esposto in questi giorni con nonchalance in vetrina, per provocare suicidi di massa tra i passanti di Corso Cavour. (Volendo risolvere anche il marrone della calza della Befana, Tezenis ci fa sognare così.)
Canzoni per la vita, il nuovo album di Al Bano con la preziosa collaborazione di Massimo Ferrarese. Musica e politica: connubio perfetto, come ci ha insegnato Apicella.

A queste proposte cattivissime, aggiungerei i tre regali sempre sul pezzo, quelli che – ammettiamolo – nessuno vuole o si aspetta di ricevere, visto l’elevato tasso di ovvietà, eppure se li ritrova puntualmente in casa ogni anno. Insomma, l’ultima frontiera dell’innovazione:
– Il calendario di Frate Indovino. Uno di quegli oggetti che a casa mia si appende da solo al muro. Ha vita autonoma, non si sa come è arrivato in cucina e il 31 dicembre scende dal chiodino e finisce nel bidone della carta, senza fare troppe storie.
– La Stella di Natale, già visibilmente moribonda. Mia madre, che con un basco in testa potrebbe condurre Lineaverde con Luca Sardella, ogni anno lotta contro il suo disincanto per farle sopravvivere, poi finge di non volerne sapere, “che quest’anno non la compriamo tanto non dura” e poi la ritrovi la mattina di Natale a fare flebo alla pianta. Con tutte le migliori intenzioni, morirà a Santo Stefano.
– Il Panettone (in tutte le sue varianti). Regalo sicuro. Percentuale di fallibilità concentrata nei canditi. Colazione assicurata fino ad Agosto.

Adesso domande esistenziali e sensi di colpa staranno già stappando lo spumante nella vostra testa al ritmo di Disco Samba. Fermate tutta ‘sta baldoria subito, spegnete le stelle filanti! Non iniziate a pensare a tutti i regali brutti che negli anni avete collezionato e/o fatto, seppur in buona fede. Non preoccupatevi, io da dodici anni sto metabolizzando ancora un cappello rosso con i capelli biondi finti che mia zia decise di regalarmi per il mio “carattere creativo e spiritoso”, convinta di farmi cosa gradita.
Scurdammoce ‘o passato.
Ve l’ho già detto, fare un regalo brutto è un’Arte. In alcuni casi può risultare anche molto facile: basta ricordarsi che è tempo di acquisti il 24 dicembre alle sei di pomeriggio.
Qui si parla però di malvagità studiata a tavolino, di ore di shopping passate sospirando con una certa frequenza un dolce e flebile: ma è ‘na mmerda!, di cose brutte davvero.
Bisogna essere pronti, motivati e malvagi, appunto.
E poi sta la crisi, oh. Io proprio non me la sento di finanziare A qualcuno piace Cracco o Sale, zucchero e caffè.

Dunque, questo Natale torniamo a far girare l’economia e la tenerezza nel verso giusto.
Abbracciamoci come se non ci fosse un domani, stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore.
E soprattutto, non cediamo alla tentazione della confezione raspa e bagnodoccia al Pan di Zenzero di Bottega Verde.

Anch’io devo molto a quelli che non amo.
Mi fanno diventare sempre più buona. 

Altro che facile, il Comico

Eccolo, eccolo il senso profondo della natura del Comico! Niente a che vedere con il ridicolo, il buffo, l’intrattenimento spiritoso, la barzelletta, lo sberleffo, la parolaccia, l’invettiva contro i falsi padroni, lo sfottò, i vaffa e gli ammiccamenti volgari: esempi moderni di bullismo linguistico ispirati da una osservazione superficiale prêt-à-porter. Che meraviglia! L’autore affonda dentro un dramma, ne afferra il contenuto e lo trasforma, gli fa fare una capriola, un salto mortale carpiato fino a restituirgli il senso comico del tragico: quello che sta sotto, sotto, sotto la gonna! Che spessore ciccioso!

Mi rendo conto che ho parlato con la testa voltata all’indietro, ho parlato al passato. Forse i giganti sono scomparsi e tutto quello che per me è stella polare si è estinto; ma io non mi arrendo, continuo a tenere la mia fiaccola accesa, anche se intorno mille luci si sono spente; io non mi rassegno e continuo a leggere, a scrivere, a studiare, a raccontare le mie storie in teatro, perché la Vita mi vive dentro così intensamente come fossi sempre gravida (caruccia!). E io non posso fare a meno di rischiare di sporgermi oltre il bordo che affaccia sull’abisso.

Mi sento plurale e più penso e più sento e più ogni cosa dentro di me diventa un paesaggio. Tengo la fiaccola accesa.

Anna Marchesini, Corriere della Sera
24 novembre 2013

Non c’ero, ma posso spiegarti. (Come sopravvivere all’unico sabato di vita sociale in cui, ovviamente, piove)

Sei uno studente universitario che, in preda alla sessione estiva, soffre di allucinazioni, vede il mare anche in fila al supermercato e, a mollo sui libri, posticipa tutte le avventure balneari nel fine settimana, perché nel weekend anche i professori te lo concedono un po’ di sole, tanto comunque i libri te li porti appresso perché, secondo un processo osmotico, le nozioni entrano in testa anche se li lasci chiusi ad essiccare insieme alle infradito, MA (ndr. pausa respiro) il venerdì sera a mezzanotte, mentre Cenerentola va a dormire, sopraggiunge una nuvola tendente al grigio scuro a rovinare tutti i piani?
Allora questo post è anche per te.

Studi scientifici hanno dimostrato che il 97.2% (ndr. numeri a caso) degli studenti a Giugno può sperare solo nella tintarella color latte. E non serve farsi amico il Colonnello Vitantonio Laricchia per sapere che le temperature si abbasseranno proprio quando tu avrai intenzione di dedicarti una giornata di puro relax. L’obiettivo è dunque, per scaramanzia, non pensare mai a quel momento di alegresa e fregare il cielo, presentandosi in spiaggia alle cinque di pomeriggio di un martedì a caso, dicendo a tutti “mò vengo, vado a buttare l’inorganico e torno”?

Vitantonio Laricchia e le sue raccomandazioni.
Vitantonio Laricchia e le sue raccomandazioni.

No.

Come un tormentone da cantare togliendo i semini all’anguria, arriva il vero lavoro anti-depressione cronica e pro-vita sociale dell’estate 2013: il pioggia-reporter.

Il profilo professionale del pioggia-reporter prevede:
– innato ottimismo;
– grande abilità nell’accostare le parole “bagnato” e “fortunato” e nel dire frasi di repertorio come “Sono solo due gocce!”, “Che apri a fare l’ombrello?! Mo smette!” o “Almeno si rinfresca l’aria!”, senza rischiare il linciaggio;
– disinvoltura e spirito di adattamento;
– aver vinto almeno un’olimpiade di Problem Solving;
– scarpe comode, resistenti, possibilmente chiuse;
– una felpa con cappuccio sempre nella borsa, non solo perché può venire a piovere, ma perché a una certa, come dice Frank Sinatra, “straengg’ in the night” (ndr. traduzione letterale per gli amici anglosassoni: stringe, fa freddo durante la notte);
– borsa plastificata o abbastanza impermeabile;
– ombrello da battaglia (credo che sulla Terra siamo rimasti in tre ad avere lo stesso ombrello, ancora sano e perfettamente efficiente, da più di due anni.)

Il profilo professionale del pioggia-reporter NON prevede:
– messe in piega appena sfornate dal parrucchiere;
– meteoropatia;
– per le donne: gonne alla Rossella O’Hara, shopper in cotone e zatteroni per andare sulla Luna;
– per l’uomo: pantaloni col risvolto e mocassini. (Un consiglio: non li mettete nemmeno quando c’è il sole che spacca le pietre.
Grazie,
un ormone femminile.)

Ma entriamo nel dettaglio. In cosa consiste il lavoro di pioggia-reporter?
Semplice. Il pioggia-reporter, famoso per la sua spiccata gioia di vivere a tutte le ore del giorno e della notte, viene svegliato il sabato mattina da una sinfonia di tuoni e lampi. Audace e coraggioso come sempre, si avvicina alla prima finestra utile per osservare il tumulto del cielo e subito un pensiero lo coglie: ma che bbbella giornata estiva! (lo ripeterà più volte durante il giorno, per autoconvincersi che è tutto nella norma.)
Il pioggia-reporter lo riconosci subito: è l’unico che resta vestito in versione Miami Beach, mentre tutti alla prima goccia hanno tirato fuori dagli scatoloni invernali i colbacchi. Un vero temerario! Il pioggia-reporter non pubblica mai stati o canzoni su Facebook sul brutto tempo, si veste a cipolla tutto l’anno per gestire gli sbalzi termici e ha il richiamo climatico nelle ginocchia.

Frankenstein Junior docet.
Frankenstein Junior docet.

Anch’io sono diventata una pioggia-reporter. Dovevo prevederlo vista la quantità di eventi a cui partecipo, nonostante la pioggia. Alle superiori c’era una mia amica, che per discrezione chiameremo Francesca, che non usciva mai la sera se c’era cattivo tempo. Non ho mai capito questa sua presa di posizione e mi sono spesso affannata per spiegarle il mio disappunto, ma lei è rimasta sempre impassibile. Tutti gli organizzatori culturali temono un pubblico come Francesca. Io invece, dopo aver temprato il mio coraggio due anni fa, durante l’indimenticabile notte della Gmg a Cuatro Vientos (una testimonianza: qui) ho capito che niente mi può più fermare. Anche perché, se piove, cosa potrebbe esserci di peggio?

Il mio primo reportage da iscritta all’Albo dei PR riguarda sabato 29 giugno: una giornata che ricorderemo per l’onomastico del mio Babbo, per la precoce morte di Margherita Hack (perché, nonostante i 91 anni, per me altri trent’anni li avrebbe tirati benissimo) e per, guarda un po’, la pioggia.

Con il mio impeccabile estro creativo (e la cataratta giovanile), ho realizzato questa bellissima vignetta che subito vi guiderà nel magico mondo della mia demenza senile:

Aspettative del venerdì vs. Atroce realtà del sabato.
Aspettative del venerdì vs. Atroce realtà del sabato.

Dunque, dopo aver passato una settimana di incredibili sforzi universitari, quali: scegliere posti silenziosi per studiare e addirittura andarci, non contare le pagine che mancano alla fine del capitolo, capire le definizioni appena lette, spegnere ogni genere di dispositivo che ti collega con Facebook, non soffermarsi su ogni asino che vola e fare un esame, mi ero organizzata con una mia amica, che sempre per discrezione chiameremo Francesca, per andare insieme al concerto di Daniele Silvestri, previsto il 29 giugno a Torre Regina Giovanna (Br). Lei avrebbe offerto una mezza piazza del suo letto per la notte e io a questo giro tantissima allegria. Sabato, avendo anche le prove del prossimo spettacolo teatrale, un compagno di giochi, che (ormai lo sapete) per discrezione chiameremo Francesco, ha proposto un post-lezione al mare. Quanta felicità per una studentessa bianca come il latte, castana come le mele cotogne marce!
Ma il cattivo tempo non guarda in faccia nessuno e la nuvola di Fantozzi si è presentata di soppiatto già dal venerdì pomeriggio.

Problema dei problemi: come si veste una pioggia-reporter alle prime armi, alle prese con l’inverno a giugno?
Opto per un abbigliamento in stile Lara Croft e affronto la pioggia a vento che si scatena nel tragitto Bari-Brindisi. Arrivata a lezione capisco che è stato molto previdente mettere un paio di leggings e la felpona salva-vita-Beghelli nello zaino. Distruggo la scenografia di Tomb Raider e mi cambio, consapevole che quei leggings diventeranno parte della mia epidermide per molte intense ore. Il diluvio decide di prendersi una pausa, ma il nostro buon senso ci porta a lasciar perdere l’ipotesi mare. Tristezza infinita. Vabe’ oh, ma stasera c’è il mega concertone di Daniele Silvestri! YEAH!!

La pioggia sembra non tornare, il concerto inizia alle 23:30 (ho capito che siamo gggiovani, però l’orario è davvero molesto) e il buon Daniele arriva un po’ mogio. Fonti certe mi raccontano che due anni prima in quel luogo era saltato l’impianto elettrico. Ma l’ottimismo ci fa stare tutti sotto al palco, pronti per cantare abbracciati stretti stretti quelle canzoni che, con abbondante colla vinilica, abbiamo legato ai nostri ricordi. Ma lui sembra non collaborare. Con la scusa della scaletta ancora provvisoria, si trasforma in un juke-box e chiede a noi pubblico se c’è qualcosa in particolare che vogliamo ascoltare. E lì si sono scatenate le ugole. Per un attimo mi è sembrato di assistere ad un Battiti Live con ospite Pasqualino di Amici.

Daniele tira fuori dal suo cilindro un po’ di pezzi datati, quando all’improvviso, gocce pesanti quanto cacche di mucca iniziano a cadere sulle nostre teste. Da buona pioggia-reporter, resto impassibile e continuo a cantare. Un po’ d’acqua, che sarà mai!
La felpa inizia a diventare pesantissima, sembriamo tutti reduci da un battesimo nel fiume Giordano. L’impianto di amplificazione si bagna, il concerto si ferma. Daniele ritorna sul palco dopo un quarto d’ora per darci l’infelice notizia: s’è rotto tutto. Decide di suonarci però, anche senza il ritorno del suono in cassa, l’ultimo suo successo sanremese. “Canto pure a bocca chiusa”, effettivamente, sembra l’unica soluzione. Poi sfida il temporale, canta Testardo e a “de li mortacci tua” saltano pure i microfoni.
Evviva.

Nell’utopico mondo delle aspettative la serata sarebbe terminata la mattina dopo. All’1:30 eravamo a casa.
Tocco di classe dell’ironia della sorte: rientrati in macchina, pronti per essere sbrinati dall’impianto di riscaldamento, la radio si diverte a cantarci Una giornata al mare, nella versione di Silvestri. Appunto.
Ecché, a prendere in gggiro proprio?

pigiama
Il pigiama che non ti aspetti.

Ovviamente, per la gioia di vivere che scorre nel nostro DNA, posso dire di aver passato comunque una gran bella serata.

Ecco le cose che mi pare giusto salvare:
– dormire nel lettone con la Franci, col pigiamone pesante e le lenzuola fin sopra ai capelli;
– mi dicono dalla regia che nel sonno, ho iniziato a correre come i cani. Adesso so che il mio inconscio è molto più atletico di me;
– sono riuscita a far sentire almeno una canzone del concerto al mio amico migliore che, per discrezione chiameremo.. Luca;
– sorella mi ha chiamato dal concerto dei Muse, anche se ha beccato il momento gorgheggio “uoh aaah oohuu” di Matthew Bellamy e abbiamo passato le 48 ore successive a decifrare la canzone-dedica;
– ho conosciuto Ebby, la cagna più tttenera del pianeta.

Il giorno dopo, il mio amico giornalista-giornalista Mario, che per discrezione.. emmobbastaveramenteperò, mi ha fatto trovare questa intervista sul web.
Guido Catalano a Taranto, il 29 giugno, stessa Puglia, stessa ora, scherzando gli chiede, mi chiede, si chiede, ci chiede: E perché Gabriella non è venuta?

Una pioggia-reporter in questi casi,
piuttosto che morire,
democraticamente,
s’ammazza.

(ndr. La discrezione non esiste.) 

A sud del confine, ad ovest del sole

Il trio jazz aveva cominciato a suonare come sempre The Star-Crossed Lovers. Shimamoto e io rimanemmo in silenzio ad ascoltare il pezzo.
– Posso farti una domanda?
– Prego, – dissi.
– Questa canzone ha qualche legame particolare con te? – mi chiese – Quando tu sei qui, la suonano sempre. E’ forse una specie di regola in questo posto?
– No, non è una regola del locale. Sanno che mi piace e quindi la suonano per me, ogni volta che vengo qui.
– E’ una canzone stupenda!
Feci segno di sì con la testa e dissi: – E’ molto bella. Ma non è solo questo, è una canzone particolare e lo si può capire solo riascoltandola più volte. E poi non sono tutti in grado di suonarla. The Star-Crossed Lovers è stata composta da Duke Ellington e Billy Strayhorn molto tempo fa, credo nel ’57.
– Che vorrà dire The Star-Crossed Lovers? – disse Shimamoto.
– Significa “amanti nati sotto una cattiva stella”, amanti sfortunati. In inglese vuol dire questo. Si riferisce a Romeo e Giulietta. Faceva parte di un insieme di pezzi che Ellington e Strayhorn avevano composto per il Festival shakespeariano dell’Ontario. Nell’esecuzione originale Johnny Hodges al sax contralto faceva la parte di Giulietta e Paul Gonsalves al sax tenore quella di Romeo.
– Amanti nati sotto una cattiva stella, – fece Shimamoto. – Sembra che questa canzone sia stata scritta apposta per noi.
– Perché noi siamo amanti?
– Tu pensi di no?
La guardai, non sorrideva più. Si scorgeva solo un debole bagliore in fondo ai suoi occhi.
– Shimamoto, io di te non so niente, – dissi. – Ci penso ogni volta che ti guardo negli occhi. Di te ignoro tutto. Quello che conosco risale a quando avevi dodici anni, abitavi vicino casa mia ed eri in classe con me. Parlo di venticinque anni fa, quando andava di moda il twist ed esistevano ancora i tram su rotaia. Parlo di tempi in cui non c’erano ancora le cassette, i tampax, lo Shinkansen (ndr. treno super rapido che collega le principali città del Giappone) e i cibi dietetici. La preistoria, insomma! Oltre a quello che sapevo di te allora, non so quasi nient’altro.
– E’ questo che si legge dai miei occhi? Che tu non sai niente di me?
– Nei tuoi occhi non si legge niente, – risposi. – E’ scritto nei miei, di occhi, e io ne vedo solo il riflesso nei tuoi: Io non so niente di te. Ma non farci caso.
– Hajime, – disse Shimamoto. – So bene che non è giusto non dirti nulla di me, ma non posso fare altrimenti. Perciò non chiedermi altro.
– Come dicevo prima, stavo solo parlando tra me e me. Non farci caso.
Shimamoto si portò una mano sul collo della giacca e accarezzò a lungo la spilla a forma di pesce. Poi si mise ad ascoltare in silenzio il trio jazz che suonava. Alla fine del pezzo applaudì e bevve un sorso di cocktail. Tirò un lungo sospiro e mi guardò. – Sei mesi son lunghi, è vero, – disse. – Ma da adesso forse un po’ potrò venire.
– Ecco di nuovo le due parole magiche.
– Parole magiche?
– “Forse” e “per un po’“, – dissi.
Shimamoto mi guardò sorridendo. Poi prese una sigaretta dalla borsa e la accese.
– Quando ti guardo, a volte mi sembra di vedere una stella lontana, – dissi. – Sembra che brilli, ma è una luce di decine di migliaia di anni fa. Forse la luce di un astro che ora non esiste più, ma a volte sembra più reale di tutto il resto.
Shimamoto rimase in silenzio.
– Tu sei lì, – continuai. – Cioè sembra che tu sia lì, ma in realtà non ci sei. Quella che si vede è solo la tua ombra, mentre tu sei da qualche altra parte. Oppure sei scomparsa tantissimo tempo fa, questo non lo so. Tendo la mano per accertarmi che ci sei, e tu ti nascondi dietro quei “forse” e quei “per un po’”. Fino a quando hai intenzione di continuare così?
– Probabilmente per qualche tempo, – rispose.
– Pure tu hai uno strano senso dell’umorismo! – dissi sorridendo.
Sorrise anche lei: era come il primo raggio di sole che filtra le nubi quando cominciano ad aprirsi silenziosamente dopo la pioggia. E quelle piccole e tenere increspature intorno ai suoi occhi sembravano volermi promettere qualcosa di meraviglioso.
– Sai, Hajime, ho un regalo per te, – disse, porgendomi un pacco avvolto in una bella carta e legato con un fiocco rosso.
– Sembra un disco, – osservai, soppesandolo tra le dita.
– E’ un disco di Nat King Cole. Quello che una volta ascoltavamo insieme. Che nostalgia, non è vero? Voglio regalartelo.
– Grazie, ma sei sicura di non volerlo tenere tu? Non è un ricordo di tuo padre?
– Non preoccuparti, ne ho altri. Questo è per te.
Fissai il disco, senza togliere la carta e il fiocco. Dopo un po’ il brusio della gente e la musica attorno a me cominciarono a sembrarmi lontanissimi, come una marea che improvvisamente si abbassa. Lì c’eravamo solo Shimamoto e io, il resto era illusione. Era solo una scenografia di cartapesta. Di reale c’eravamo soltanto noi due.

– H. Murakami, A sud del confine, ad ovest del sole

 

My heart will go on. Vedi alla voce “pulizie di primavera”

Non vi fidate. Non è vero proprio per niente che è meglio una scrivania in disordine di una vuota. Non ce ne usciamo con la scusa che la stanza in versione giungla è sinonimo di creatività. Einstein poteva dire anche che è meglio l’acquaragia della lemonsoda, sarebbe rimasto un genio comunque. Io no. In questi giorni sono arrivata alla triste conclusione che la causa di tutti i miei disagi mensili è dovuta all’habitat in cui mi ostino a sopravvivere: un misto tra l’Alcott nell’ultimo giorno dei saldi e lo Zoo Safari con tanto di ruota panoramica e montagne russe chiuse a fatica nell’armadio. Il pianeta delle scimmie si scatena invece nella mia testa.
Il problema principale della stanza tutta per me è che, secondo le cartografie, c’è un surplus di abitanti. Per non parlare della mia grande maestria da ingegnere edile nell’abbattere i polmoni verdi della mia camera per creare grattacieli di libri, scarpe, borse e inutilità varie.

Di fronte alla mia porta del non-ritorno e per la gioia di Madre (che sicuramente, rincasando, non reggerà il colpo) oggi pomeriggio, munendomi di pazienza e fascia per capelli in stile John Rambo, mi sono avventurata nella grande Babele per fare una colonterapia al metroquadro.

Partiamo dal principio: gli abbandoni mi hanno sempre provocato la gastite galoppante e soffro del morbo “niente si butta, tutto si conserva, tutto si ricicla.” Amici e parenti sono rassegnati. Ho passato notti di Natale, compleanni e san Valentini ad accumulare pacchetti e coccarde per un nonsisamai. Ho visto gente conservare nastrini e merletti con premura per la sottoscritta. Un esercito di festeggiati ha rinunciato a sventrare le carte regalo con la dovuta veemenza per non sciupare la confezione e permettermi di riciclarla.
Tenetevi forte: ho buttato tutto. Ecco, l’ho detto.

Fatta questa premessa, che ci risolleva tutti, ho stilato una hit parade dei tipici oggetti che puntualmente accumulo e che senza esitare lancio a mo’ di frisbee negli appositi contenitori blu, gialli e marrò:

1. Biglietti di viaggio.
Li semino peggio di Pollicino. Ridurli in mille pezzettini-ini-ini è una passione, soprattutto se si tratta di quelli firmati Trenitalia.

2. Bottigliette d’acqua lasciate a metà.
Nonostante mi ostini a fingere di essere una grande bevitrice, perché 2 litri al giorno fa bene, la pelle ne giova, i radicali liberi, il segreto de la belesa e “poi diciamocelo niente disseta di più”, è risaputo che il mio corpo è fatto per il 70% di succo di frutta all’albicocca. Quelli a casa infatti non ritornano mai.

3. Piani di studio, rigorosamente mai rispettati.
È come scrivere la lista della spesa, sapendo di non avere un centesimo in tasca.
Utopia 1 – 0 Realtà.

Immancabile in questa fase il momento riesumazioni, in cui riappare il meglio del ciarpame: sorpresine dell’uovo di Pasqua (e non esiste una spiegazione razionale al fatto che siano ancora in giro per la casa), istruzioni in cinese di un vecchio Siemens, cavi e cavetti, regali discutibili sotterrati volutamente ma che riescono a tornare a galla come solo il tamagotchi sapeva fare. Per non parlare poi del momento lacrima facile a cui bisogna saper reagire con lo stesso distacco della signora delle pulizie, altrimenti le operazioni si bloccano e ti ritrovi sul letto avvinghiato al cuscino, gemendo e lagnando per tre giorni di fila.

Quando ti sembra che la stanza sia tornata ad un livello basico di sobrietà e il vestiario è stato rigorosamente riposto negli armadi, senza optare per la disciplina olimpica dell’appallottola-e-lancia, alle tue spalle percepisci uno strano brusio. La scrivania inizia a farsi sentire ed eccolì là, puntuali come sempre: i libri. Distese di libri che non trovano pace. In cuor tuo lo sai che non c’è più spazio per loro e ti costa fatica prendere atto che, nel continuo sposta-e-metti, hai accumulato anche stavolta la pila. Provi a dividerli per categoria: università, prossimi esami, bibliografia della tesi, mattoni da iniziare, mattoni da finire. Sì, perché i libri-della-vita non fanno storie, sanno dove sistemarsi, si allenano, fanno le diete per stare impilati nei tuoi comodini. Invece i libri chianca, quelli che s’impongono come il vaccino contro la rosolia, stanno sempre inspiegabilmente in mezzo e finisci per metterli nei cassetti insieme ai collant pur di non incrociarli.

Il dramma del collezionismo da edicola.
Il dramma del collezionismo da edicola.

Io per esempio ho un serio problema con la raccolta di libri di poesie che lo scorso anno il Corriere della Sera dava in allegato col quotidiano. Nonostante i buoni propositi iniziali, per un misundestanding con Padre, abbiamo iniziato ad accumulare i volumi a tal punto da trovarmeli persino tra le spezie in cucina e sotto i termosifoni. Un consiglio per la vita: non iniziate mai.
Stavolta ho deciso di parcheggiarli in un punto strategico della casa, liberando così la stanza dal nemico e proclamando l’indipendenza della scarpiera che li sosteneva, ormai completamente affossata.

Dopo molte scelte patriottiche e rivoluzionarie, ci si può dire soddisfatti. Tutti i pupazzetti tornano a sorriderti sulla scrivania, post-it e ferrettini ti abbracciano, felici di essere stati ritrovati, le dispense del prossimo esame si mettono comode. Tutto è compiuto.
Il letto resterà sfatto, perché quel tipo di perfezione da albergo, che ti fa fare sogni meravigliosi, la raggiungono solo Madre e Mary Poppins e io il lusso di restare accoccolata tra le lenzuola domattina non me lo posso permettere e poi c’è sempre una guerra in sospeso con la zanzara.
Con le buste dell’immondizia in mano, mi lascio alle spalle il mio trofeo e chiudendo la porta, io e lui, soddisfatti ci sorridiamo, scambiandoci il solito occhietto dolce.
Poster di Di Caprio, anche stavolta sei salvo.