She’s 28.

Mi chiamo Gabriella, sono nata a Bari il 6 ottobre del 1990 e mi hanno sempre raccontato che quel pomeriggio d’autunno  si riempì di uno scirocco inatteso, “che se non stanno attenti i mandorli riprendono a fiorire“. Ogni anno, aspettando quel caldo, organizzo per l’occasione festeggiamenti all’aperto, con chitarre, falò e bagno a mezzanotte.
E piove.

La prima volta che mi sono innamorata di un uomo, avevo nove anni e un vispo sessantenne in tv, cantava per l’ultima volta Quando sarò capace di amare.
La prima volta che mi sono innamorata di una donna, era d’estate e sulla scena erano in tre. Da quando esiste lei, Anna è un nome bellissimo. (E qui mia nonna potrebbe un tantino offendersi.)
La prima volta che mi sono innamorata di una chitarra, mia sorella Letizia imparava a suonare De Andrè.
La prima volta che ho detto “questa canzone parla di me”, ero sulla soglia dei vénti e scoprì che papà, grazie a quelle note, aveva deciso da ragazzino di imparare a suonare la chitarra. Mi ha cullato spesso con la storia della signora Aquilone per farmi addormentare, ma la mia memoria non era ancora operativa a quell’età.
L’ultima volta che ho pianto per amore, un artista non c’era più. Si chiamava Vincenzo, era mio nonno, costruiva navi di legno. Tutte le cose nelle sue mani si trasformavano in pietre preziose.

Oggi, posso dire che l’Agape scoppia dappertutto da quando nella mia vita sono arrivati Bibo – il mio volpino latte macchiato in tazza grande – e il teatro.
Il resto è un finale aperto, con variazioni sul tema e molti “e vissero gli altri felici e contenti”.

Adoro le strade
la musica popolare
mangiare
le parole dette con cognizione
la sorpresa di un sorriso
le precarie risorse economiche quotidiane investite in libri
i difetti dei miei amici migliori
gli abbracci a tempo indeterminato
le gonne lunghe
e larghe
mettere i punti
e andare a capo
spesso.

Sogno viaggi on the road, una bicicletta nuova, la pace interiore, uno zaino capiente e leggero, un marito violinista e il primo stipendio di quattro cifre, oggetto preadamitico che mia madre tira fuori ad ogni discorso che inizia con le parole vorrei e mi serve.

Non sopporto chi spiega le barzellette.

Un pensiero riguardo “She’s 28.

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