Il fantasma del regalo presente e altre storie di malvagità

“War is over, if you want it.”

A Natale bisognerebbe avere dei nemici. Nemici veri, eh! Di quelli che proprio ti tirano i matrimoni di schiaffi dalle mani o che non vedi l’ora di incontrare per strada solo per cambiare appositamente marciapiede. Si vabbè, “a Natale siamo tutti più buoni”, “o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai”, ma io mai come in queste occasioni sento il bisogno di loro. E soffro, perché non ho mai coltivato nemicizie sincere, ma solo qualche inimicizia di sfuggita, a breve termine.
Avere dei nemici dovrebbe essere fonte di risparmio, penserebbe qualcuno: più ne hai, meno regali fai e più soldi risparmi. E invece no! C’è un sacco di bruttezza nel mondo che chiede espressamente di essere impacchettata e messa sotto l’albero. E’ di sicuro più piacevole fare regali di alto spessore estetico-affettivo a persone speciali per la nostra vita, ma vuoi mettere la soddisfazione di regalare un pensiero orrendo a chi per tutto l’anno ci ha massacrato l’ulcera e fatto il fegato quanto un sommergibile?
Certo, non bisogna esagerare. Anche i nemici meritano rispetto, educazione e cortesia. E non si può correre il rischio di sbagliare. Fare un regalo volutamente brutto è un’Arte. Il messaggio subliminale deve risultare chiaro, sottile ma efficace. E poi, si sa, la vendetta è un libro di Bruno Vespa che va servito freddo. 

La mia frase di rito, osservando il trash che la globalizzazione ci propina quotidianamente è: non lo regalerei nemmeno al mio peggior nemico, ma forse la ripeto a mo’ di mantra da anni solo perché non ho uno che meriti così tanta stima o perché tra Yoga e Azione Cattolica sono campionessa olimpica di pace nel mondo o perché preferisco che la cirrosi mi venga grazie al Primitivo di Manduria. Ma se potessi per una volta dedicare del sincero cattivo gusto a qualcuno, senza alcun’ombra di dubbio, la mia classifica di regali #demmè 2013 sarebbe la seguente:

– La trilogia di Paolo Brosio (Profumo di lavanda, A un passo dal baratro, Viaggio a Medjugorje). Tutti insieme in un colpo solo. Una carneficina.
– Il vinile di Paolo Mengoli. La nostalgia è sempre dietro l’angolo.
– L’abbonamento annuale alla rivista Italia Imballaggio. Ma anche Materie plastiche ed elastomeri mi sembra abbastanza malvagia.
– Un bel set sciarpa/cappello/guanti color prugna secca con paiettes fucsia e stampa di Betty Boop con su scritto “Sexy baby”. Che ti dovrebbero dare i soldi per indossarlo. E invece.
– Un pass backstage per il Capodanno in Piazza a Rimini con Carlo Conti, Orietta Berti e Pupo. Perché l’anno nuovo non può iniziare senza “In via dei Ciclamini, al centoventitré”.
– Un weekend benessere per una persona a San Martino in Pensilis.
– Un buono ITunes per scaricare gratuitamente il nuovo album di Gigi d’Alessio.
– Il cuscino con la fotografia, il portachiavi con la fotografia, una tazza con la fotografia, il puzzle di una fotografia e una cornice. Senza fotografia.
– Iscrizione al Torneo Nazionale di Tombola.
– Una cena con Sandro Bondi. (Bus de cùl!)
– Una trousse di Pupa. Che presa a male. Belle da vedere, eh. Per carità! Ma inutili quanto una zucca a Pasqua. Passano rapidamente dal bagno alla camera da letto, tra le bomboniere dei 18 anni. Io al posto della coccarda, aggiungerei direttamente un centrino.
– Il piumino leopardato dell’Alcott, esposto in questi giorni con nonchalance in vetrina, per provocare suicidi di massa tra i passanti di Corso Cavour. (Volendo risolvere anche il marrone della calza della Befana, Tezenis ci fa sognare così.)
Canzoni per la vita, il nuovo album di Al Bano con la preziosa collaborazione di Massimo Ferrarese. Musica e politica: connubio perfetto, come ci ha insegnato Apicella.

A queste proposte cattivissime, aggiungerei i tre regali sempre sul pezzo, quelli che – ammettiamolo – nessuno vuole o si aspetta di ricevere, visto l’elevato tasso di ovvietà, eppure se li ritrova puntualmente in casa ogni anno. Insomma, l’ultima frontiera dell’innovazione:
– Il calendario di Frate Indovino. Uno di quegli oggetti che a casa mia si appende da solo al muro. Ha vita autonoma, non si sa come è arrivato in cucina e il 31 dicembre scende dal chiodino e finisce nel bidone della carta, senza fare troppe storie.
– La Stella di Natale, già visibilmente moribonda. Mia madre, che con un basco in testa potrebbe condurre Lineaverde con Luca Sardella, ogni anno lotta contro il suo disincanto per farle sopravvivere, poi finge di non volerne sapere, “che quest’anno non la compriamo tanto non dura” e poi la ritrovi la mattina di Natale a fare flebo alla pianta. Con tutte le migliori intenzioni, morirà a Santo Stefano.
– Il Panettone (in tutte le sue varianti). Regalo sicuro. Percentuale di fallibilità concentrata nei canditi. Colazione assicurata fino ad Agosto.

Adesso domande esistenziali e sensi di colpa staranno già stappando lo spumante nella vostra testa al ritmo di Disco Samba. Fermate tutta ‘sta baldoria subito, spegnete le stelle filanti! Non iniziate a pensare a tutti i regali brutti che negli anni avete collezionato e/o fatto, seppur in buona fede. Non preoccupatevi, io da dodici anni sto metabolizzando ancora un cappello rosso con i capelli biondi finti che mia zia decise di regalarmi per il mio “carattere creativo e spiritoso”, convinta di farmi cosa gradita.
Scurdammoce ‘o passato.
Ve l’ho già detto, fare un regalo brutto è un’Arte. In alcuni casi può risultare anche molto facile: basta ricordarsi che è tempo di acquisti il 24 dicembre alle sei di pomeriggio.
Qui si parla però di malvagità studiata a tavolino, di ore di shopping passate sospirando con una certa frequenza un dolce e flebile: ma è ‘na mmerda!, di cose brutte davvero.
Bisogna essere pronti, motivati e malvagi, appunto.
E poi sta la crisi, oh. Io proprio non me la sento di finanziare A qualcuno piace Cracco o Sale, zucchero e caffè.

Dunque, questo Natale torniamo a far girare l’economia e la tenerezza nel verso giusto.
Abbracciamoci come se non ci fosse un domani, stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore.
E soprattutto, non cediamo alla tentazione della confezione raspa e bagnodoccia al Pan di Zenzero di Bottega Verde.

Anch’io devo molto a quelli che non amo.
Mi fanno diventare sempre più buona. 

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