Non c’ero, ma posso spiegarti. (Come sopravvivere all’unico sabato di vita sociale in cui, ovviamente, piove)

Sei uno studente universitario che, in preda alla sessione estiva, soffre di allucinazioni, vede il mare anche in fila al supermercato e, a mollo sui libri, posticipa tutte le avventure balneari nel fine settimana, perché nel weekend anche i professori te lo concedono un po’ di sole, tanto comunque i libri te li porti appresso perché, secondo un processo osmotico, le nozioni entrano in testa anche se li lasci chiusi ad essiccare insieme alle infradito, MA (ndr. pausa respiro) il venerdì sera a mezzanotte, mentre Cenerentola va a dormire, sopraggiunge una nuvola tendente al grigio scuro a rovinare tutti i piani?
Allora questo post è anche per te.

Studi scientifici hanno dimostrato che il 97.2% (ndr. numeri a caso) degli studenti a Giugno può sperare solo nella tintarella color latte. E non serve farsi amico il Colonnello Vitantonio Laricchia per sapere che le temperature si abbasseranno proprio quando tu avrai intenzione di dedicarti una giornata di puro relax. L’obiettivo è dunque, per scaramanzia, non pensare mai a quel momento di alegresa e fregare il cielo, presentandosi in spiaggia alle cinque di pomeriggio di un martedì a caso, dicendo a tutti “mò vengo, vado a buttare l’inorganico e torno”?

Vitantonio Laricchia e le sue raccomandazioni.
Vitantonio Laricchia e le sue raccomandazioni.

No.

Come un tormentone da cantare togliendo i semini all’anguria, arriva il vero lavoro anti-depressione cronica e pro-vita sociale dell’estate 2013: il pioggia-reporter.

Il profilo professionale del pioggia-reporter prevede:
– innato ottimismo;
– grande abilità nell’accostare le parole “bagnato” e “fortunato” e nel dire frasi di repertorio come “Sono solo due gocce!”, “Che apri a fare l’ombrello?! Mo smette!” o “Almeno si rinfresca l’aria!”, senza rischiare il linciaggio;
– disinvoltura e spirito di adattamento;
– aver vinto almeno un’olimpiade di Problem Solving;
– scarpe comode, resistenti, possibilmente chiuse;
– una felpa con cappuccio sempre nella borsa, non solo perché può venire a piovere, ma perché a una certa, come dice Frank Sinatra, “straengg’ in the night” (ndr. traduzione letterale per gli amici anglosassoni: stringe, fa freddo durante la notte);
– borsa plastificata o abbastanza impermeabile;
– ombrello da battaglia (credo che sulla Terra siamo rimasti in tre ad avere lo stesso ombrello, ancora sano e perfettamente efficiente, da più di due anni.)

Il profilo professionale del pioggia-reporter NON prevede:
– messe in piega appena sfornate dal parrucchiere;
– meteoropatia;
– per le donne: gonne alla Rossella O’Hara, shopper in cotone e zatteroni per andare sulla Luna;
– per l’uomo: pantaloni col risvolto e mocassini. (Un consiglio: non li mettete nemmeno quando c’è il sole che spacca le pietre.
Grazie,
un ormone femminile.)

Ma entriamo nel dettaglio. In cosa consiste il lavoro di pioggia-reporter?
Semplice. Il pioggia-reporter, famoso per la sua spiccata gioia di vivere a tutte le ore del giorno e della notte, viene svegliato il sabato mattina da una sinfonia di tuoni e lampi. Audace e coraggioso come sempre, si avvicina alla prima finestra utile per osservare il tumulto del cielo e subito un pensiero lo coglie: ma che bbbella giornata estiva! (lo ripeterà più volte durante il giorno, per autoconvincersi che è tutto nella norma.)
Il pioggia-reporter lo riconosci subito: è l’unico che resta vestito in versione Miami Beach, mentre tutti alla prima goccia hanno tirato fuori dagli scatoloni invernali i colbacchi. Un vero temerario! Il pioggia-reporter non pubblica mai stati o canzoni su Facebook sul brutto tempo, si veste a cipolla tutto l’anno per gestire gli sbalzi termici e ha il richiamo climatico nelle ginocchia.

Frankenstein Junior docet.
Frankenstein Junior docet.

Anch’io sono diventata una pioggia-reporter. Dovevo prevederlo vista la quantità di eventi a cui partecipo, nonostante la pioggia. Alle superiori c’era una mia amica, che per discrezione chiameremo Francesca, che non usciva mai la sera se c’era cattivo tempo. Non ho mai capito questa sua presa di posizione e mi sono spesso affannata per spiegarle il mio disappunto, ma lei è rimasta sempre impassibile. Tutti gli organizzatori culturali temono un pubblico come Francesca. Io invece, dopo aver temprato il mio coraggio due anni fa, durante l’indimenticabile notte della Gmg a Cuatro Vientos (una testimonianza: qui) ho capito che niente mi può più fermare. Anche perché, se piove, cosa potrebbe esserci di peggio?

Il mio primo reportage da iscritta all’Albo dei PR riguarda sabato 29 giugno: una giornata che ricorderemo per l’onomastico del mio Babbo, per la precoce morte di Margherita Hack (perché, nonostante i 91 anni, per me altri trent’anni li avrebbe tirati benissimo) e per, guarda un po’, la pioggia.

Con il mio impeccabile estro creativo (e la cataratta giovanile), ho realizzato questa bellissima vignetta che subito vi guiderà nel magico mondo della mia demenza senile:

Aspettative del venerdì vs. Atroce realtà del sabato.
Aspettative del venerdì vs. Atroce realtà del sabato.

Dunque, dopo aver passato una settimana di incredibili sforzi universitari, quali: scegliere posti silenziosi per studiare e addirittura andarci, non contare le pagine che mancano alla fine del capitolo, capire le definizioni appena lette, spegnere ogni genere di dispositivo che ti collega con Facebook, non soffermarsi su ogni asino che vola e fare un esame, mi ero organizzata con una mia amica, che sempre per discrezione chiameremo Francesca, per andare insieme al concerto di Daniele Silvestri, previsto il 29 giugno a Torre Regina Giovanna (Br). Lei avrebbe offerto una mezza piazza del suo letto per la notte e io a questo giro tantissima allegria. Sabato, avendo anche le prove del prossimo spettacolo teatrale, un compagno di giochi, che (ormai lo sapete) per discrezione chiameremo Francesco, ha proposto un post-lezione al mare. Quanta felicità per una studentessa bianca come il latte, castana come le mele cotogne marce!
Ma il cattivo tempo non guarda in faccia nessuno e la nuvola di Fantozzi si è presentata di soppiatto già dal venerdì pomeriggio.

Problema dei problemi: come si veste una pioggia-reporter alle prime armi, alle prese con l’inverno a giugno?
Opto per un abbigliamento in stile Lara Croft e affronto la pioggia a vento che si scatena nel tragitto Bari-Brindisi. Arrivata a lezione capisco che è stato molto previdente mettere un paio di leggings e la felpona salva-vita-Beghelli nello zaino. Distruggo la scenografia di Tomb Raider e mi cambio, consapevole che quei leggings diventeranno parte della mia epidermide per molte intense ore. Il diluvio decide di prendersi una pausa, ma il nostro buon senso ci porta a lasciar perdere l’ipotesi mare. Tristezza infinita. Vabe’ oh, ma stasera c’è il mega concertone di Daniele Silvestri! YEAH!!

La pioggia sembra non tornare, il concerto inizia alle 23:30 (ho capito che siamo gggiovani, però l’orario è davvero molesto) e il buon Daniele arriva un po’ mogio. Fonti certe mi raccontano che due anni prima in quel luogo era saltato l’impianto elettrico. Ma l’ottimismo ci fa stare tutti sotto al palco, pronti per cantare abbracciati stretti stretti quelle canzoni che, con abbondante colla vinilica, abbiamo legato ai nostri ricordi. Ma lui sembra non collaborare. Con la scusa della scaletta ancora provvisoria, si trasforma in un juke-box e chiede a noi pubblico se c’è qualcosa in particolare che vogliamo ascoltare. E lì si sono scatenate le ugole. Per un attimo mi è sembrato di assistere ad un Battiti Live con ospite Pasqualino di Amici.

Daniele tira fuori dal suo cilindro un po’ di pezzi datati, quando all’improvviso, gocce pesanti quanto cacche di mucca iniziano a cadere sulle nostre teste. Da buona pioggia-reporter, resto impassibile e continuo a cantare. Un po’ d’acqua, che sarà mai!
La felpa inizia a diventare pesantissima, sembriamo tutti reduci da un battesimo nel fiume Giordano. L’impianto di amplificazione si bagna, il concerto si ferma. Daniele ritorna sul palco dopo un quarto d’ora per darci l’infelice notizia: s’è rotto tutto. Decide di suonarci però, anche senza il ritorno del suono in cassa, l’ultimo suo successo sanremese. “Canto pure a bocca chiusa”, effettivamente, sembra l’unica soluzione. Poi sfida il temporale, canta Testardo e a “de li mortacci tua” saltano pure i microfoni.
Evviva.

Nell’utopico mondo delle aspettative la serata sarebbe terminata la mattina dopo. All’1:30 eravamo a casa.
Tocco di classe dell’ironia della sorte: rientrati in macchina, pronti per essere sbrinati dall’impianto di riscaldamento, la radio si diverte a cantarci Una giornata al mare, nella versione di Silvestri. Appunto.
Ecché, a prendere in gggiro proprio?

pigiama
Il pigiama che non ti aspetti.

Ovviamente, per la gioia di vivere che scorre nel nostro DNA, posso dire di aver passato comunque una gran bella serata.

Ecco le cose che mi pare giusto salvare:
– dormire nel lettone con la Franci, col pigiamone pesante e le lenzuola fin sopra ai capelli;
– mi dicono dalla regia che nel sonno, ho iniziato a correre come i cani. Adesso so che il mio inconscio è molto più atletico di me;
– sono riuscita a far sentire almeno una canzone del concerto al mio amico migliore che, per discrezione chiameremo.. Luca;
– sorella mi ha chiamato dal concerto dei Muse, anche se ha beccato il momento gorgheggio “uoh aaah oohuu” di Matthew Bellamy e abbiamo passato le 48 ore successive a decifrare la canzone-dedica;
– ho conosciuto Ebby, la cagna più tttenera del pianeta.

Il giorno dopo, il mio amico giornalista-giornalista Mario, che per discrezione.. emmobbastaveramenteperò, mi ha fatto trovare questa intervista sul web.
Guido Catalano a Taranto, il 29 giugno, stessa Puglia, stessa ora, scherzando gli chiede, mi chiede, si chiede, ci chiede: E perché Gabriella non è venuta?

Una pioggia-reporter in questi casi,
piuttosto che morire,
democraticamente,
s’ammazza.

(ndr. La discrezione non esiste.) 

2 pensieri riguardo “Non c’ero, ma posso spiegarti. (Come sopravvivere all’unico sabato di vita sociale in cui, ovviamente, piove)

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