A sud del confine, ad ovest del sole

Il trio jazz aveva cominciato a suonare come sempre The Star-Crossed Lovers. Shimamoto e io rimanemmo in silenzio ad ascoltare il pezzo.
– Posso farti una domanda?
– Prego, – dissi.
– Questa canzone ha qualche legame particolare con te? – mi chiese – Quando tu sei qui, la suonano sempre. E’ forse una specie di regola in questo posto?
– No, non è una regola del locale. Sanno che mi piace e quindi la suonano per me, ogni volta che vengo qui.
– E’ una canzone stupenda!
Feci segno di sì con la testa e dissi: – E’ molto bella. Ma non è solo questo, è una canzone particolare e lo si può capire solo riascoltandola più volte. E poi non sono tutti in grado di suonarla. The Star-Crossed Lovers è stata composta da Duke Ellington e Billy Strayhorn molto tempo fa, credo nel ’57.
– Che vorrà dire The Star-Crossed Lovers? – disse Shimamoto.
– Significa “amanti nati sotto una cattiva stella”, amanti sfortunati. In inglese vuol dire questo. Si riferisce a Romeo e Giulietta. Faceva parte di un insieme di pezzi che Ellington e Strayhorn avevano composto per il Festival shakespeariano dell’Ontario. Nell’esecuzione originale Johnny Hodges al sax contralto faceva la parte di Giulietta e Paul Gonsalves al sax tenore quella di Romeo.
– Amanti nati sotto una cattiva stella, – fece Shimamoto. – Sembra che questa canzone sia stata scritta apposta per noi.
– Perché noi siamo amanti?
– Tu pensi di no?
La guardai, non sorrideva più. Si scorgeva solo un debole bagliore in fondo ai suoi occhi.
– Shimamoto, io di te non so niente, – dissi. – Ci penso ogni volta che ti guardo negli occhi. Di te ignoro tutto. Quello che conosco risale a quando avevi dodici anni, abitavi vicino casa mia ed eri in classe con me. Parlo di venticinque anni fa, quando andava di moda il twist ed esistevano ancora i tram su rotaia. Parlo di tempi in cui non c’erano ancora le cassette, i tampax, lo Shinkansen (ndr. treno super rapido che collega le principali città del Giappone) e i cibi dietetici. La preistoria, insomma! Oltre a quello che sapevo di te allora, non so quasi nient’altro.
– E’ questo che si legge dai miei occhi? Che tu non sai niente di me?
– Nei tuoi occhi non si legge niente, – risposi. – E’ scritto nei miei, di occhi, e io ne vedo solo il riflesso nei tuoi: Io non so niente di te. Ma non farci caso.
– Hajime, – disse Shimamoto. – So bene che non è giusto non dirti nulla di me, ma non posso fare altrimenti. Perciò non chiedermi altro.
– Come dicevo prima, stavo solo parlando tra me e me. Non farci caso.
Shimamoto si portò una mano sul collo della giacca e accarezzò a lungo la spilla a forma di pesce. Poi si mise ad ascoltare in silenzio il trio jazz che suonava. Alla fine del pezzo applaudì e bevve un sorso di cocktail. Tirò un lungo sospiro e mi guardò. – Sei mesi son lunghi, è vero, – disse. – Ma da adesso forse un po’ potrò venire.
– Ecco di nuovo le due parole magiche.
– Parole magiche?
– “Forse” e “per un po’“, – dissi.
Shimamoto mi guardò sorridendo. Poi prese una sigaretta dalla borsa e la accese.
– Quando ti guardo, a volte mi sembra di vedere una stella lontana, – dissi. – Sembra che brilli, ma è una luce di decine di migliaia di anni fa. Forse la luce di un astro che ora non esiste più, ma a volte sembra più reale di tutto il resto.
Shimamoto rimase in silenzio.
– Tu sei lì, – continuai. – Cioè sembra che tu sia lì, ma in realtà non ci sei. Quella che si vede è solo la tua ombra, mentre tu sei da qualche altra parte. Oppure sei scomparsa tantissimo tempo fa, questo non lo so. Tendo la mano per accertarmi che ci sei, e tu ti nascondi dietro quei “forse” e quei “per un po’”. Fino a quando hai intenzione di continuare così?
– Probabilmente per qualche tempo, – rispose.
– Pure tu hai uno strano senso dell’umorismo! – dissi sorridendo.
Sorrise anche lei: era come il primo raggio di sole che filtra le nubi quando cominciano ad aprirsi silenziosamente dopo la pioggia. E quelle piccole e tenere increspature intorno ai suoi occhi sembravano volermi promettere qualcosa di meraviglioso.
– Sai, Hajime, ho un regalo per te, – disse, porgendomi un pacco avvolto in una bella carta e legato con un fiocco rosso.
– Sembra un disco, – osservai, soppesandolo tra le dita.
– E’ un disco di Nat King Cole. Quello che una volta ascoltavamo insieme. Che nostalgia, non è vero? Voglio regalartelo.
– Grazie, ma sei sicura di non volerlo tenere tu? Non è un ricordo di tuo padre?
– Non preoccuparti, ne ho altri. Questo è per te.
Fissai il disco, senza togliere la carta e il fiocco. Dopo un po’ il brusio della gente e la musica attorno a me cominciarono a sembrarmi lontanissimi, come una marea che improvvisamente si abbassa. Lì c’eravamo solo Shimamoto e io, il resto era illusione. Era solo una scenografia di cartapesta. Di reale c’eravamo soltanto noi due.

– H. Murakami, A sud del confine, ad ovest del sole

 

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