My heart will go on. Vedi alla voce “pulizie di primavera”

Non vi fidate. Non è vero proprio per niente che è meglio una scrivania in disordine di una vuota. Non ce ne usciamo con la scusa che la stanza in versione giungla è sinonimo di creatività. Einstein poteva dire anche che è meglio l’acquaragia della lemonsoda, sarebbe rimasto un genio comunque. Io no. In questi giorni sono arrivata alla triste conclusione che la causa di tutti i miei disagi mensili è dovuta all’habitat in cui mi ostino a sopravvivere: un misto tra l’Alcott nell’ultimo giorno dei saldi e lo Zoo Safari con tanto di ruota panoramica e montagne russe chiuse a fatica nell’armadio. Il pianeta delle scimmie si scatena invece nella mia testa.
Il problema principale della stanza tutta per me è che, secondo le cartografie, c’è un surplus di abitanti. Per non parlare della mia grande maestria da ingegnere edile nell’abbattere i polmoni verdi della mia camera per creare grattacieli di libri, scarpe, borse e inutilità varie.

Di fronte alla mia porta del non-ritorno e per la gioia di Madre (che sicuramente, rincasando, non reggerà il colpo) oggi pomeriggio, munendomi di pazienza e fascia per capelli in stile John Rambo, mi sono avventurata nella grande Babele per fare una colonterapia al metroquadro.

Partiamo dal principio: gli abbandoni mi hanno sempre provocato la gastite galoppante e soffro del morbo “niente si butta, tutto si conserva, tutto si ricicla.” Amici e parenti sono rassegnati. Ho passato notti di Natale, compleanni e san Valentini ad accumulare pacchetti e coccarde per un nonsisamai. Ho visto gente conservare nastrini e merletti con premura per la sottoscritta. Un esercito di festeggiati ha rinunciato a sventrare le carte regalo con la dovuta veemenza per non sciupare la confezione e permettermi di riciclarla.
Tenetevi forte: ho buttato tutto. Ecco, l’ho detto.

Fatta questa premessa, che ci risolleva tutti, ho stilato una hit parade dei tipici oggetti che puntualmente accumulo e che senza esitare lancio a mo’ di frisbee negli appositi contenitori blu, gialli e marrò:

1. Biglietti di viaggio.
Li semino peggio di Pollicino. Ridurli in mille pezzettini-ini-ini è una passione, soprattutto se si tratta di quelli firmati Trenitalia.

2. Bottigliette d’acqua lasciate a metà.
Nonostante mi ostini a fingere di essere una grande bevitrice, perché 2 litri al giorno fa bene, la pelle ne giova, i radicali liberi, il segreto de la belesa e “poi diciamocelo niente disseta di più”, è risaputo che il mio corpo è fatto per il 70% di succo di frutta all’albicocca. Quelli a casa infatti non ritornano mai.

3. Piani di studio, rigorosamente mai rispettati.
È come scrivere la lista della spesa, sapendo di non avere un centesimo in tasca.
Utopia 1 – 0 Realtà.

Immancabile in questa fase il momento riesumazioni, in cui riappare il meglio del ciarpame: sorpresine dell’uovo di Pasqua (e non esiste una spiegazione razionale al fatto che siano ancora in giro per la casa), istruzioni in cinese di un vecchio Siemens, cavi e cavetti, regali discutibili sotterrati volutamente ma che riescono a tornare a galla come solo il tamagotchi sapeva fare. Per non parlare poi del momento lacrima facile a cui bisogna saper reagire con lo stesso distacco della signora delle pulizie, altrimenti le operazioni si bloccano e ti ritrovi sul letto avvinghiato al cuscino, gemendo e lagnando per tre giorni di fila.

Quando ti sembra che la stanza sia tornata ad un livello basico di sobrietà e il vestiario è stato rigorosamente riposto negli armadi, senza optare per la disciplina olimpica dell’appallottola-e-lancia, alle tue spalle percepisci uno strano brusio. La scrivania inizia a farsi sentire ed eccolì là, puntuali come sempre: i libri. Distese di libri che non trovano pace. In cuor tuo lo sai che non c’è più spazio per loro e ti costa fatica prendere atto che, nel continuo sposta-e-metti, hai accumulato anche stavolta la pila. Provi a dividerli per categoria: università, prossimi esami, bibliografia della tesi, mattoni da iniziare, mattoni da finire. Sì, perché i libri-della-vita non fanno storie, sanno dove sistemarsi, si allenano, fanno le diete per stare impilati nei tuoi comodini. Invece i libri chianca, quelli che s’impongono come il vaccino contro la rosolia, stanno sempre inspiegabilmente in mezzo e finisci per metterli nei cassetti insieme ai collant pur di non incrociarli.

Il dramma del collezionismo da edicola.
Il dramma del collezionismo da edicola.

Io per esempio ho un serio problema con la raccolta di libri di poesie che lo scorso anno il Corriere della Sera dava in allegato col quotidiano. Nonostante i buoni propositi iniziali, per un misundestanding con Padre, abbiamo iniziato ad accumulare i volumi a tal punto da trovarmeli persino tra le spezie in cucina e sotto i termosifoni. Un consiglio per la vita: non iniziate mai.
Stavolta ho deciso di parcheggiarli in un punto strategico della casa, liberando così la stanza dal nemico e proclamando l’indipendenza della scarpiera che li sosteneva, ormai completamente affossata.

Dopo molte scelte patriottiche e rivoluzionarie, ci si può dire soddisfatti. Tutti i pupazzetti tornano a sorriderti sulla scrivania, post-it e ferrettini ti abbracciano, felici di essere stati ritrovati, le dispense del prossimo esame si mettono comode. Tutto è compiuto.
Il letto resterà sfatto, perché quel tipo di perfezione da albergo, che ti fa fare sogni meravigliosi, la raggiungono solo Madre e Mary Poppins e io il lusso di restare accoccolata tra le lenzuola domattina non me lo posso permettere e poi c’è sempre una guerra in sospeso con la zanzara.
Con le buste dell’immondizia in mano, mi lascio alle spalle il mio trofeo e chiudendo la porta, io e lui, soddisfatti ci sorridiamo, scambiandoci il solito occhietto dolce.
Poster di Di Caprio, anche stavolta sei salvo.

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