La maestra e l’allieva

“L’altra cosa che hai imparato è questa: un attore non è che un viaggiatore del tempo. Come tutti, forse, ma loro vengono sballottati su e gù da un autista misterioso, tu al contrario sai pilotare.

Ridi di gioia e hai di nuovo nove anni, stai giocando con Mozzo in giardino; piangi di solitudine e ti ritrovi nel tuo letto di quindicenne. La rabbia invece ha vent’anni: l’hai appena imparata e messa via, per quando ti servirà ancora. Sei la maestra e l’allieva della tua vita. Impari dalla te stessa del passato, insegni alla te stessa del futuro: le persone normali si smarriscono lì dentro, tu ti ci muovi danzando.

E visto che tutti ti regalavano qualcosa, perle di saggezza, baci pieni d’affetto, tua zia non ha voluto essere da meno e ti ha lasciato una mela per il viaggio. Nello scompartimento la strofini sulla manica del maglione, estrai il ripiano in metallo e la posi lì, per dopo.

Incroci il tuo riflesso nel finestrino buio. Alzi la mano destra e ti copri un lato della faccia, in modo da fissare la ragazzina nel suo unico occhio torvo. Tu non ti preoccupare, le dici. Ci penso io a te. Poi alzi la mano sinistra e scambi un mezzo sorriso con quella giovane attrice temeraria, che sta andando a costruirsi una carriera a centinaia di chilometri da qui.

Il gioco viene interrotto sul più bello, quando il cielo esce dalla stazione e un cielo lattiginoso invade il finestrino. Sbattendo gli occhi osservi scorrere i treni in sosta, gli edifici ferroviari, i palazzi di edilizia popolare tra Greco e viale Monza. Non ti eri mai accorta che, dalla Stazione Centrale, i binari puntano verso nord, e per andare a sud bisogna fare il giro di mezza Milano. Per te era solo l’attraversamento di una palude urbana, la faticosa rincorsa necessaria prima di prendere velocità in campo aperto. Adesso invece riconosci i luoghi. In ponte di via Padova, Lambrate, l’Ortica. Le torri di periferia logorate dal tempo, il giallo e il rosso sbiaditi verso un’uniforme tinta militare. I balconi incolonnati uno sull’altro, addobbati per la tua partenza, da cui ti dicono addii eroici scaldabagni e lavatrici, stendibiancheria sgangherati, piante d’appartamento rosicchiate dai parassiti, gabbie di criceti e canarini che ora corrono a vuoto e cinguettano nell’altro mondo, bambole zoppe o decapitate o rasate a zero, accantonate da bambine cresciute, armadietti stracolmi di federe nuziali e lenzuola ridotte a stracci, elettrodomestici che ai loro tempi avevano varcato la soglia di casa come prodigi della tecnologia, e ora sono soltanto un ingombro che nessuno sa dove buttare. Poi la vista ti si appanna o è il tuo fiato che fa condensa sul finestrino.

E solo quando te ne vai ti accorgi che le vuoi bene, a questa morsa nello stomaco che è la tua città d’inverno.

Sofia si veste sempre di nero, Paolo Cognetti

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