Questa sublime e antica follia

Velluto marmo e oro, l’antico foyer del teatro esibiva materiali che avevo visto solo in chiesa, sollevai lo sguardo e osservai attorno; mi parve una specie di tempio profano, senza sfarzo e senza cupezza.

Eravamo fermi vocianti ai piedi di una breve rampa di scale in marmo grigio, in cima alla quale una curiosa porta a due ante, munita di due specie di oblò oscurati, dava accesso alla platea.

Quando vi fummo davanti pronti per entrare, l’insegnante ci intimò il silenzio.

Domandai sottovoce il permesso di aprire io quella porta, desideravo immensamente avere il privilegio di sorprendere il teatro vuoto, per guardarlo nudo, come fosse fatto.

Spinsi un’anta aiutandomi col peso del corpo e non appena quella cedette mi trovai di fronte un’incantevole visione; quella era, ne ricavai una suggestione chiara, la rappresentazione stessa dell’attesa, un’attesa muta e immobile, viva e paziente, della grandiosa tempra secolare.

Lo trovai straordinariamente bello.

Vi era una calma in ogni cosa che stava, nelle lunghe file di poltrone in attesa, che sfilavano impassibili fino quasi alla bocca dell’orchestra, da cui svettava come la prua di un’arca il palcoscenico, nascosto da un maestoso sipario rosso, gelosamente calato come un’immensa vela nel buio.

Gravità e silenzio, un senso di pace lì dentro, una distanza privilegiata dai rumori e dagli aggiornamenti, un luogo antico e identico a se stesso, un luogo perenne e indipendente da ciò che avveniva oltre la porta che ora spingevo, questa era anche la sua forza; privo di finestre – pensai – non vi era mai entrata aria, ma neppure uscita mai, cosicché dovevano esservi rimasti intrappolati, chissà da quanto tempo, comodamente rintanati, le voci e i sospiri, le risate, l’eco dei miti e delle passioni, i racconti delle storie e le vite, le vite degli altri e i silenzi e le attese. 

Come animali notturni, essi dovevano la loro sopravvivenza al buio.

Il buio rendeva impossibile animarsi, lì dentro invece il buio era condizione indispensabile, dal buio si accendevano e venivano alla luce le storie, così come nel parto. Quel privilegio del buio, nella casa del buio, era sfondo, cielo, nuvola e condizione nella quale restare avviluppati  a seguire le storie e le figure, scampate al buio, le ombre brune e  argento tradotte dal cuore del silenzio e dell’oscurità, scontornate,  illuminate, anime visibili in controbuio.

Nulla di ciò che si svolgeva in quella isola di stranieri somigliava in apparenza alla vita di fuori; infilarsi una crinolina e ad arte morire di tisi, lasciare che un re dichiarasse la guerra, mentre nella sala accanto squillava il telefono, poteva sembrare incomprensibile; questo invece mi sembrava eccezionale, il fatto che quella porta che ora spingevo garantisse l’allestimento di una sublime e antica follia venuta da lontano, che gettava lo stupore, muoveva l’invisibile e che nei secoli nulla era stato in grado di scalfire.

(Anna Marchesini – Il terrazzino dei gerani timidi.)

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